Antonio Ligabue - caos e colore - BPER GALLERIA
Antonio Ligabue: quando il caso interiore diventa colore


I dipinti di Ligabue comunicano più di ciò che vediamo in superficie: il suo moto interiore si riversa sulla tela, trasformato. “Antonio Ligabue. Il caos si fa colore” è un racconto emozionante, che prende vita con un percorso raccolto e intenso, di poche opere. La mostra, curata da Francesca Villanti nelle sale di Palazzo Martinengo di Villagana a Brescia, si pone in dialogo con “CAOS χάος. Spazi e poetiche dell’arte informale”, in corso presso La Galleria BPER a Modena.
Antonio Ligabue arriva a Gualtieri, nella Bassa reggiana, nel 1919, dopo i primi vent’anni di vita passati in Svizzera. Sradicato dalla patria natia, vive a lungo ai margini della società e conosce più ospedali psichiatrici. Il caos interiore a volte si riversa all’esterno con violenza, ma trova anche il suo naturale sfogo sulla tela. L’urgenza primaria di espressione in Ligabue è palese nella sua pittura: materica, densa, satura di colore.
Si parla qui di un talento originario, di un autodidatta che trova, nel rapporto corporeo con l’immagine, un legame vitale. I tanti incubi interiori si trasformano in un immaginario naturale, popolato da animali di varie specie, da feroci fiere ai buoi che arano i campi, e da autoritratti. Questi soggetti, insieme ad alcune vedute di paesi, sono i suoi prediletti, che ripete all’infinito, ma cambiando sempre qualche dettaglio. Dipingere era il modo più diretto per dare forma a ciò che attraversava, al suo mondo interiore. Mazzacurati infatti riconosceva in Ligabue questa necessità viscerale della pittura, che lo portava a creare, quasi inconsapevolmente, dei capolavori.
Dal caos interiore alla forma visibile
Antoni Ligabue ha vissuto un’esistenza profondamente segnata dal dolore, dall’emarginazione sociale e dal disagio psichico. Il rapporto quindi tra la sua vita, la sua arte e il disagio mentale sono sempre stati uno dei filtri più utilizzati per leggere le sue opere, spesso anche in negativo. La visibilità da uomo ai margini e da eccentrico dei racconti di paese è arrivata prima del riconoscimento artistico.
Ciò che lacera una vita non può quindi dissiparsi nel nulla, ma può trasformarsi. Per il pittore Antonio Ligabue, il colore era la materia stessa di questa trasformazione. Solitudine, paura, memoria, sradicamento, bisogno di essere visto: non un caos indistinto, ma immagine che si addensa sulla tela. Il dolore per lui ha cambiato forma e il “fare” è diventato una condizione per esistere.
Le ferite, le visioni e le creature
Le opere di Antonio Ligabue ruotano attorno a pochi nuclei tematici che si ripetono per oltre trent’anni: gli animali (soprattutto fiere, ma anche animali domestici e da fattoria), il lavoro nei campi e i paesaggi della memoria, gli autoritratti. Il repertorio è quindi stretto e ben riconoscibile, continuamente rielaborato dall’artista. Il percorso della mostra si articola così in diverse soglie, oltre al colore: la ferita, la visione e le creature.
La ferita consiste nel tema dell’identità e del bisogno di essere riconosciuti. Il volto di Ligabue, da quando entra nel suo repertorio artistico, non ne esce quasi più: busto in primo piano, linee profonde della fronte, naso adunco, sguardo di lato. Nell’Autoritratto con cavalletto la sua figura intera occupa gran parte della tela e si ritrae mentre dipinge un gallo. L’identità del pittore diventa qui un fatto visivo e tangibile.
La visione riguarda il paesaggio e la memoria. I luoghi dipinti esistevano già “dentro” di lui, perché erano proprio parte di lui e, molto probabilmente, della sua vita in Svizzera. Nelle due Arature con buoi la tensione infatti non sta nel soggetto , ma nella pressione dei corpi in primo piano e dalla distanza che li separa da un paese lontano. Quel paese però non è la Bassa, ma presumibilmente la sua terra d’origine, così come nel Ritorno dai campi con castello.
L’Art Brut e l’arte irregolare in Italia
Per decenni Ligabue è stato definito come pittore naïf, ma oggi la critica guarda più spesso all’Art Brut, concetto teorizzato nel 1945 da Jean Dubuffet per indicare l’arte di chi crea fuori dai circuiti culturali ufficiali. Si inserisce quindi in un’arte per outsider, autodidatti e marginali, un’arte cosiddetta “irregolare”.
Altri artisti italiani ascrivibili all’Art Brut sono Carlo Zinelli - unico italiano inserito originariamente nella collezione Dubuffet, Oreste Fernando Nannetti (conosciuto anche come NOF4), Pietro Ghizzardi, Giovanni Battista Podestà e Giovanni Bosco.
Il caso di Ligabue rimane comunque molto sfumato in questa cornice, essendo sì autodidatta e marginale, ma frequentava mostre e conosceva l’ambiente artistico. Inoltre, studiava le fonti e prendeva scelte formali precise, tanto che Zavattini parlava di una “sintassi di purezza classica”.
La mostra a Brescia: una drammaturgia della parola tra arte e letteratura
Nella mostra “Antonio Ligabue. Il caos si fa colore” è presente un dialogo con la poesia e la letteratura. Le voci accostate non sono però fonti o influenze, ma risonanze emotive che accompagnano lo sguardo. Così artisti, scrittori e poeti lontanissimi tra loro riescono a raggiungere, attraverso vie diverse, le stesse zone dell’esperienza umana.
Si va così a creare un percorso intimo, con poche opere, in un cui ogni tela appare come una presenza isolata da guardare con lentezza, accompagnata da frammenti letterari. Un viaggio intenso, fatto di sguardi, sensazioni, parole e ascolto.
Dal caos primordiale che a Modena si fa gesto e materia, al caos emotivo che si fa colore a Brescia, le due mostre inscenano un caos che non è l’opposto della forma, ma ciò che la rende necessaria. Per Ligabue questa forma ha un solo nome, che per tutta la vita chiese agli altri di riconoscergli: pittore.