Antonio Ligabue - caos e colore - BPER GALLERIA
Antonio Ligabue: quando il caso interiore diventa colore


Pochi soggetti ripetuti nel tempo, natura, colore. I dipinti di Ligabue comunicano più di ciò che vediamo in superficie: il suo moto interiore si riversa sulla tela, trasformato. “Antonio Ligabue. Il caos si fa colore” è un racconto emozionante, che prende vita con un percorso raccolto e intenso, di poche opere.
La mostra, curata da Francesca Villanti nelle sale di Palazzo Martinengo di Villagana a Brescia, si pone in dialogo con “CAOS χάος. Spazi e poetiche dell’arte informale”, in corso presso La Galleria BPER a Modena.
Il caos rimane, in questi contesti, il punto di partenza per generare nuovi linguaggi artistici ed espressivi. Con le opere di Ligabue questo caos precede un ordine formale e coloristico, in cui tutti i moti dell’anima riescono a trovare finalmente posto. Il percorso si sviluppa in tre sezioni - arature, fiere e autoritratto - e dialoga con testi poetici, letterari e di musica contemporanea.
Antonio Ligabue pittore: l’urgenza primaria e la pittura come necessità vitale
Antonio Ligabue pittore: l’urgenza primaria e la pittura come necessità vitale. Dal caos interiore alla forma visibile.
Nel catalogo il colore porta con sé la violenza delle fiere, la fatica dei buoi, la presenza ostinata del volto, ma non cancella l’inquietudine dei dipinti: la porta in superficie. Giancarlo Vigorelli la riconosceva come “tenebrosa violenza” unita a una “magica perizia di pittore”, mentre Cesare Zavattini si domandava come da un uomo “così nero nell’aspetto” potessero uscire “colori così sfolgoranti”.
Per il pittore Antonio Ligabue, il colore era la materia stessa di questa trasformazione. Inquietudini, memorie, desiderio di riconoscimento, bisogno di trovare un posto nel mondo: non un caos indistinto, ma immagine che si addensa sulla tela.
Le opere di Antonio Ligabue: arature, fiere e autoritratti
Le opere di Antonio Ligabue ruotano attorno a pochi nuclei tematici che si ripetono per oltre trent’anni: gli animali (soprattutto fiere, ma anche animali domestici e da fattoria), il lavoro nei campi e i paesaggi della memoria, gli autoritratti. Il repertorio è quindi ristretto e ben riconoscibile, continuamente rielaborato dall’artista. Il percorso della mostra si divide così in tre sezioni: arature, fiere e autoritratto.
Nelle arature il racconto si riduce all’essenziale: un uomo, due animali da tiro, la terra da sollevare. Nelle Arature con buoi la tensione non sta nel soggetto, ma nella pressione dei corpi in primo piano e nella distanza che li separa da un paese lontano. I luoghi dipinti esistevano già “dentro” di lui, perché facevano parte di lui e, molto probabilmente, della sua vita in Svizzera: Zavattini diceva infatti che era venuto dall’estero “con già ogni cosa dentro”. Così, i paesi sullo sfondo non sono da attribuire a priori alla Bassa, ma presumibilmente alla sua terra d’origine.
Il mondo animale nella pittura di Ligabue: un autoritratto continuo
Con le fiere la tensione è già davanti agli occhi: un animale insegue, assale, afferra una preda. Fiere, cavalli e galli non sono semplici soggetti, ma doppi emotivi: secondo Domenico Nano, Ligabue sarebbe insieme predatore e preda, suo l’occhio della belva che assale, suo anche lo sguardo atterrito di chi cerca di sottrarsi all’attacco. Le fiere hanno la presenza di animali osservati da vicino, eppure Ligabue le conosceva soprattutto da immagini: libri di zoologia, figurine, circhi e anche gli esemplari imbalsamati dei Musei Civici di Reggio Emilia.
Negli autoritratti il tema è l’identità e il bisogno di essere riconosciuti. Il volto di Ligabue, da quando entra nel suo repertorio artistico, non ne esce quasi più: busto in primo piano, linee profonde della fronte, naso adunco, sguardo di lato. Nell’Autoritratto con cavalletto invece, la sua figura intera occupa gran parte della tela e si ritrae mentre dipinge un gallo. L’identità del pittore diventa qui un fatto visivo e tangibile.
L’Art Brut e l’arte irregolare in Italia
Per decenni Ligabue è stato definito come pittore naïf, ma oggi la critica guarda più spesso all’Art Brut, concetto teorizzato nel 1945 da Jean Dubuffet per indicare l’arte di chi crea fuori dai circuiti culturali ufficiali. Si inserisce quindi in un’arte per outsider, autodidatti e marginali, un’arte cosiddetta “irregolare”.
Altri artisti italiani ascrivibili all’Art Brut sono Carlo Zinelli - unico italiano inserito originariamente nella collezione Dubuffet, Oreste Fernando Nannetti (conosciuto anche come NOF4), Pietro Ghizzardi, Giovanni Battista Podestà e Giovanni Bosco.
Il caso di Ligabue rimane comunque molto sfumato in questa cornice, essendo sì autodidatta e marginale, ma frequentava mostre e conosceva l’ambiente artistico. Inoltre, studiava le fonti e prendeva scelte formali precise, tanto che Zavattini parlava di una “sintassi di purezza classica”.
La mostra a Brescia: una drammaturgia della parola tra arte e letteratura
Nella mostra “Antonio Ligabue. Il caos si fa colore” è presente un dialogo con la poesia e la letteratura. Le voci accostate non sono però fonti o influenze, ma risonanze emotive che accompagnano lo sguardo. Così artisti, scrittori e poeti lontanissimi tra loro riescono a raggiungere, attraverso vie diverse, le stesse zone dell’esperienza umana.
Si va così a creare un percorso intimo, con poche opere, in un cui ogni tela appare come una presenza isolata da guardare con lentezza, accompagnata da frammenti letterari. Un viaggio intenso, fatto di sguardi, sensazioni, parole e ascolto.
Dal caos primordiale che a Modena si fa gesto e materia, al caos emotivo che si fa colore a Brescia, le due mostre inscenano un caos che non è l’opposto della forma, ma ciò che la rende necessaria. Per Ligabue questa forma ha un solo nome, che per tutta la vita chiese agli altri di riconoscergli: pittore.